A me mi piace la ricotta col vino

SCENA MASTER (Interno, giorno).
A tavola in famiglia, un maldestro adolescente, nell’atto impacciato di gesticolare durante una conversazione, fa traballare una bottiglia dalla quale trabocca del vino.
Il vino finisce nel piatto della ricotta da servire.
Il padre inveisce contro il figlio in malo modo per l’accaduto, e per la sorte della ricotta.

NONNA MARIA
(con movenze garbate e feline)

– Non ti preoccupà Franci’. Me la mangio io, che a me mi piace la ricotta col vino.

DISSOLVENZA IN CHIUSURA

Nonna era così. E noi nipoti abbiamo visto mille volte questo paradigma: accomodare e assecondare situazioni potenzialmente esplosive con garbo, semplicità, modi molto praticoni e quel tanto di attitudine al martirio delle mamme di un tempo.
Mi è venuto in mente ieri, mentre parlavo, incuriosita, con una ragazza lèttone.

Ma andiamo per gradi.

Si direbbe che io sono una consumatrice digitale attiva. L’ho scoperto da poco: è il profilo che si assegna a chi acquista in rete con disinvoltura e una certa frequenza. In effetti sono molto disinvolta, e anche il gestore della mia carta di credito direbbe che lo sono molto frequentemente.

Negli ultimi anni, in particolare, ho scoperto e nutrito la passione di acquistare abbigliamento usato (adesso si dice vintage) perché mi sembra di portare addosso anche le storie delle persone che li hanno indossati prima di me. E anche perché tutto questo fascino costa davvero pochissimo. In generale, dopo un tot un abito mi annoia e sto preparano il necessario per rimettere in circolo gli stessi abiti a prezzi simbolici.

In tutto questo comportamento digitalmente disinvolto, mi sono imbattuta in una venditrice gentilissima, in realtà in una serie di venditrici gentilissime, e non ho potuto fare a meno di notare che il posto che io frequento per questo tipo di acquisto (www.etsy.com btw) è sempre più frequentato da venditori del nuovo est europeo (Estonia, Lettonia e Lituania in particolare – che neanche sapevo bene dove fossero).
Mi sono incuriosita e ho chiesto alla venditrice di raccontarmi la sua storia: com’è il paese in cui vive, dove trova gli abiti che vende, com’è l’economia del posto e non ultimo come sono le infrastrutture tecnologiche del suo paese.

Con tutto l’affetto che riesco a metterci: limortaccisua!

Ho scoperto che la Lettonia è il paese dei balocchi.
E’ un posto bellissimo dal punto di vista naturalistico, è molto ben organizzato e hanno una comunicazione istituzionale pervasa da efficienza e ironia che evidentemente caratterizza la loro cultura.
Certo non hanno il nostro verybello, ma la pagina ufficiale per promuovere il territorio è invitante già nel titolo [If you like Latvia, Latvia likes you] e ci si trovano anche dei riferimenti a pubblicità commerciali divertentisisme.

Perciò gira gira clicca clicca alla fine sono incappata qua:

Dice:

 [ we have one of the fastest internet connection in the whole world ]

Andiamo a vivere in Latvia, NAU!
È un paese bello-pulito-ordinato-organizzato, con la connessione a bomba, dove tutti parlano almeno due lingue, si gira in bicicletta, si pagano poche tasse.
E tutte cose.

Festeggiano il solstizio d’estate con immutati riti pagani, per celebrare la luce, che di fatto in un posto così è merce rara.
Ah.

Le estati sono generalmente miti con temperature media luglio intorno ai 17°C
Ah.

Ci vivono poco più di 2 milioni di abitanti in un territorio pari al nostro nord italia e una densità abitativa circa 1/5 di quella italiana.
Ah.

Epilogo

Sotto il naso di qualsiasi giovane italiano, ad un certo punto della vita, prima o poi, e a buona ragione, spunta sempre il quadretto perfetto di una società altra dalla nostra. Di un posto dove vivere altro dal nostro. E puntualmente capita di pensare: allora prendo baracca e burattini vado a vivere là.

Io non sono immune a questo fascino.
Ma al tempo in cui aveva senso fare le valigie di cartone e andare (e la tempistica è un argomento a parte, poiché io penso che adesso non sia più il tempo di andare) i pesi delle cose che considerai, alla fine, fecero propendere la bilancia per il non-andare.
Bada bene: ammiro tutti quelli che lo hanno fatto, trovando altrove una felicità maggiore di quella che avevano prima (che alla fine nella somma delle righe, la valuta è la felicità)

M’è venuto in mente che in l’Italia c’è da sempre la coppa del mondo per la lista più lunga di cose che vanno male (a buona ragione) e comunque una densità abitativa rilevante rispetto ad altri paesi  molto-più-migliori.

Ora: considerato che dal punto di vista climatico è il paradiso per qualsiasi esigenza (oh, oh attenzione: peso sulla scala delle naonditudini da alto ad altissimo), che c’è l’appennino giusto in mezzo che aiuta a preservare bassa la densità abitativa almeno in alcune zone (fattore fatti-più-in-là basso tendente al bassissimo), se in Italia avessimo la connessione vavavuma come quella della Lettonia, se avessimo le facilitazioni burocratiche che stanno vivendo nel nuovo Est europeo, se avessimo una tassazione più equa, se insomma, l’Italia fosse paesaggisticamente (in senso lato) l’Italia e per tutto il resto la Lettonia, allora forse andrebbe a finire che saremmo in troppi a volerci stare. No?

Voglio dire: ho ben sovente esperienza delle difficoltà beote ed inutili con cui, da cittadina, mi trovo a fare i conti (/facepalm), ma va sempre a finire che sto miracolo lèttone (<– aggettivo geografico variabile di volta in volta) mi affascina per 35 minuti.
E poi smette.

E credo di aver capito perché.

Perché a me, un po’ almeno, a me mi piace la ricotta col vino.

PS. Aggiornamenti sulla storiografia familiare: è appena giunto alla mia attenzione che l’episodio, quello della ricotta, in realtà è da imputare alla mia bisnonna. Copia identica e ingrandita e più mitologica di mia nonna.
Più sbiadita nei miei ricordi, ma, evidentemente, non nei miei geni.