So long, gattino, and thanks for all the fish

Di un gatto, una scatola e una situazione critica

Io vado in crisi. Puntualmente, ma con periodicità variabile.
Il fatto di saperlo è utile (poiché posso programmare l’antidoto) ed è inutile allo stesso tempo (poiché l’innesco della reazione è per lo più sconosciuto).

Non si tratta sempre di crisi distruttive. Anzi, spesso si tratta di crisi bellissime, interessanti, illuminanti che vien da dire:
– “E che crisi sono?”
– “Sono inquietudini.”

E le inquietudini sono terribili, stimolanti, nutrienti e spossanti.
Quindi, Erwin, tu e il tuo gatto non avete inventato niente: della coesistenza di due fatti incompatibili e contestuali, io e il MIO gatto ne sappiamo a iosa.

Qualche tempo fa sono andata in crisi in un modo singolare: ho tentato di seguire le faccende correlate con le elezioni amministrative del mio piccolo comune di residenza.
Il risultato è stato un grande senso di incredulità, di desolazione e di grande rammarico per l’aver tentato di andare contro la mia natura (che prevede di restare più possibile fuori dalla portata di altri esseri umani).
Perciò ho avuto forte il desiderio di rintanarmi di nuovo.
Questa volta, però, il chiudermi a tenuta stagna nella selezione tecno-bucolica della mia vita non è risultato sufficiente.
Ho avuto bisogno di cercare un posto dove poter ascoltare cose difficili raccontate da qualcuno che non fosse un qualsiasi.

Ecco il punto (uno dei punti): io provo sollievo nel grufolare in cose complesse. Mi stordiscono quel tanto da darmi piacere. E quelle sei volte nella vita che capita di capirci qualcosa, oh quello è balsamo.

E allora, quel dì, mi sono rintanata nel primo appuntamento capitato a tiro: una lezione presso UniBas circa l’importanza della chimica inorganica.
(Nota: io non amo l’UniBas. Ho sempre pensato e raccontato che si tratta di un’università di provincia come molte, nella quale il livello di istruzione è mediocre – come in molte – e che soffre della grande colpa di illudere gli avventori di ricevere una formazione superiore. È una faccenda che coinvolge tutti gli atenei secondari e su cui mi soffermerò solo fino al prossimo punto.)

Quel signore che ne parlava, ne sapeva, ne sapeva raccontare e coglieva il punto del mio malessere: ci sono cose difficili che, col tempo, si possono imparare e sono interessanti.
Allora ho ricordato la sensazione che a 20 anni mi aveva dato lo studio della matematica: angoscia gigantesca, avvolgente e totalizzante:

– “Come n dimensioni? quante?”
– “N maggiore o uguale a 1.”
– “Si vabbe’ 2, 3 , 10?”
-“Non è rilevante”
-“…”

Non era rilevante.
E da lì, a percorrere il precipizio dell’astrazione, della generalizzazione, della bellezza formale e della contemplazione dell’insieme continuo e perfetto è un attimo: lunghissimo, faticoso e sudatissimo.
Mi toccò di scoprire l’algebra anzi, l’Algebra, quella senza numeri (iuhù); quella dove gli insiemi contengono elementi e relazioni. E ci accadono dentro delle cose. In base alle cose che ci accadono, si strutturano dei fatti. 

– “E gli elementi cosa sono? Numeri? Forme?”
La risposta viene da sé: “Non è rilevante”.

Ed era vero (ovviamente): non era rilevante.
Tanto che molti anni dopo, ho ritrovato un raccordo molto singolare alla Teoria dei Gruppi in un testo di tutt’altro settore: Change di Paul Watzlawick, illuminante per un numero n motivi (con n molto grande).
(A margine: visto? Alcuni di quegli insiemi, ad esempio hanno un nome: si chiamano Gruppi e sulla storia di Evariste Galois – che ne strutturò la teoria – ci sarebbe ne ha da farne una serie per Netflix.)

E qui ci lasciammo io e l’UniBas: col rammarico di non essere abbastanza brava e col tarlo di volerne ancora sapere.
Ci lasciammo così: alla puntata in cui le cose erano infinite, continue, a n dimensioni e anche onnicomprensive, se solo si ha la tenacia e l’ardire di andare avanti a cercare.

E cosa aspettarsi, allora, se non una grande crisi quando, circa 20 anni dopo, decisi di aprire la scatola del tarlo e andare a rosicchiare (e ad ascoltare) un altro pezzo della storia alla stessa UniBas?
Perché? Perché andava in onda la puntata sull’aritmetica finita.

Oh.
Finita.
– “Cioè?”
– “Cioè quella coi buchi”
Cioè quella vera.

Capiamoci: siamo stati anni, decenni, secoli a dire che la retta è continua, che tra uno e due c’è un-mezzo e tra un-mezzo e uno c’è dell’altro e così via… e poi non è vero?
Sì, è vero.
Ma è vero fino a che siamo nella tua testa. Se lo metti da qualche parte (di utile, per esempio) non è vero più.
Perché gli esseri umani con carta e penna, oppure le calcolatrici, oppure i calcolatori, oppure il tuo smartphone non sono come la tua testa: non astraggono. Calcolano. Bene, velocemente ma fino a un tot.

– “Tot quanto?”
– “epsilon”
– “epsilon generico? Così per dire? Non sarà rilevante, vero?”
– “È rilevante. Molto rilevante. Dipende dalla base del sistema numerico e, in definitiva, dalla macchina. Ma è molto rilevante. Tra due numeri macchina distanti epsilon, non c’è un altro numero macchina.”

C’erano i buchi. I BUCHI!
Nella mia retta, nel mio sistema numerico, NEL MIO SMARTPHONE!
C’erano i buchi.
Ho guardato il mio dispositivo con orrore per un tempo che non so definire.
E poi con ammirazione grandissima: aveva i buchi e mi faceva vedere la ISS in diretta.

L’avevo detto che non tutte le crisi son brutte no? Infatti, per esempio, questa è stata bellissima.
Ci ho incontrato tre insegnanti, tre donne che non ho mai ringraziato e ciascuna delle quali mi ha nutrito per un fatto diverso.
La prof. Occorsio mi ha manifestato la presenza dei buchi e mi ha guidato per mano a non averne paura.
La prof. Laurita avrei potuto ascoltarla ad occhi chiusi: non ha mai sbagliato una consecutio, un pronome, un relativo: è stata una crema emolliente per le mie orecchie screpolate dall’approssimazione linguistica. Mi ha guidata senza scossoni attraverso percorsi burrascosi, approssimando fatti spigolosi con spline morbidissime (e scarpe fantastiche).
E poi c’è stata la  prof. De Bonis: quella che mi ha buttato a mare. Fortuna mia: mi ha fatto allenare resistenza, persistenza e ostinazione (rigorosamente a sua insaputa), senza sapere che questo mi avrebbe salvata da lì a breve.

E poi ci sono le crisi diverse. Quelle che ti corrodono, che ti asciugano e ti consumano.
Quelle che avvengono per sottrazione non voluta, non concordata, non prevista.

Quelle che capitano quando apri quella scatola e dei due stati se ne manifesta solo uno.

So long, gattino, and thanks for all the fish.

Ai miei mentori ignari.

A me mi brucia.
È tremenda ‘sta cosa. Ho 40 anni e mi brucia come a 20.
Mi parte l’embolo, mi va il sangue agli occhi e desidero forte fortissimo di sputare raggi gamma dagli occhi, Mazinga style. Per fare una strage, mica perché.
Allora uno dice: sei infantile.
Che magari pure è vero, però è vero pure che se sono rimasta infantile nel bruciare, sono cambiati, invece, i motivi che mi appicciano.
E poi mi passa.

Oggi, per esempio, mi sono appicciata. E invece di aspettare che mi passasse, invece di maledirmi infantile, mi sono accorta di aver avuto un sentimento sano.
Me lo hanno fatto capire alcune persone.
Solo che loro non lo sanno.

Di Frank ho già raccontato – sempre troppo poco in realtà – e oggi mi sono scoperta spettatrice di vicende, vite, espressioni altrui, che hanno una influenza gigantesca su tutto quello che poi penso e faccio.
In definitiva di tutto quello che dopo divento.

Frank aveva una amicizia fraterna con un ragazzo che si chiama Giuseppe.
Non ci siamo mai conosciuti, però io lui so chi è e mi è capitato di seguire da spettatrice il loro rapporto o almeno quello che condividevano con noialtri ammiratori di persone in gamba.

La faccio breve: non so chi dei due fosse il generatore del detto, ma io collego a loro una sorta di motto che devono aver citato entrambi, magari in momenti diversi.
Il motto recita:

C’è chi viene per stare bene e chi viene per vedere cosa non va.

A me questa idea, questo fatto, mi ha infuso una serenità gigantesca.
Per inciso, i due lavorano e vivono di ristorazione, per cui nel loro caso il riferimento era contestualizzato.
Ma nella testa mia l’ho astratto.

Ora, le mie illuminazioni sulla via di Damasco sono di quest’ordine di demenza eh, niente di nuovo.
Ma a me, l’idea che la sensazione che talvolta ho nella pancia, non fosse dovuta ad una mia incapacità, una mia inadeguatezza, una mia mancanza – per lo meno non sempre – e per quel tot di volte fosse da imputare ad una centrale nucleare di cacacazzi che emette ioni di sputacchia, per via della propria natura, e non per via della reazione ad un fatto direttamente imputabile a me, a me dicevo, questa idea m’ha ristorato.

M’ha proprio salvato.

Fino ad un certo giorno.

Quel giorno è successo che ho assistito ad uno scambio di commenti, di quelli normali che capitano in rete.
Indipendentemente dal contesto, quello che è accaduto è che un tale ha somministrato un’osservazione al Giuseppe,  il quale interpretando, evidentemente, il commento come un fascio di ioni,  ha sentenziato: “C’è chi viene per stare bene e chi viene per vedere cosa non va”.

Occazzo.

Senti un po’, sensazione di pace-serenità-e-ristoro, ma non è che così va a finire che ci si cuce addosso un cappottino, che dovrebbe essere antisputazza e invece poi diventa antitutto?
Cioè ti chiedo: non è che va a finire che per non sentire la schiamazzante folla di sinceramentinutili rompicoglioni, poi ci si perde i contributi preziosi, magari vivaci, di gente interessante assai?

E come si fa?
C’è un posto sano, di stimoli sani, anche forti, ma salutari?
Se c’è lo trovo. E se c’è, io lo trovo in rete, dove ho trovato tutti i miei affetti sani, la mia nuova famiglia, dove gioco a crepapelle, dove mangio a sazietà, dove, in definitiva, pur vivendo in mezzo al niente, mi nutro di tutti i colori.
Succede che neanche lo cerco, c’è uno che lo sta mettendo insieme. E sta qua: http://www.lavorobenfatto.org/
Lui è Vincenzo, un signore che ho conosciuto per via di mio fratello: raccoglie storie e imprese di persone che se mi guardo, sembrano tutti supereroi confronto a me.
Ma sono supereroi perché fanno le cose bene, con passione e Vincenzo dice anche con sacrificio (ma me ‘sta storia del sacrificio non mi scende; ma questa è un’altra storia.).

E poi a me i supereroi mi piacciono assai.

Allora grazie a Frank, a Giuseppe, a Vincenzo e a tutti i supereroi che loro neanche lo sanno, ma mi hanno fatto capire che oggi, quando m’ha bruciato perché la cosa era fatta male, perché era irrispettosa dell’impegno, della conoscenza, della voglia di indagare motivi e risultati, oggi, non me la dovevo far passare.

Oggi dovevo sputare i raggi gamma dagli occhi.

A me mi piace la ricotta col vino

SCENA MASTER (Interno, giorno).
A tavola in famiglia, un maldestro adolescente, nell’atto impacciato di gesticolare durante una conversazione, fa traballare una bottiglia dalla quale trabocca del vino.
Il vino finisce nel piatto della ricotta da servire.
Il padre inveisce contro il figlio in malo modo per l’accaduto, e per la sorte della ricotta.

NONNA MARIA
(con movenze garbate e feline)

– Non ti preoccupà Franci’. Me la mangio io, che a me mi piace la ricotta col vino.

DISSOLVENZA IN CHIUSURA

Nonna era così. E noi nipoti abbiamo visto mille volte questo paradigma: accomodare e assecondare situazioni potenzialmente esplosive con garbo, semplicità, modi molto praticoni e quel tanto di attitudine al martirio delle mamme di un tempo.
Mi è venuto in mente ieri, mentre parlavo, incuriosita, con una ragazza lèttone.

Ma andiamo per gradi.

Si direbbe che io sono una consumatrice digitale attiva. L’ho scoperto da poco: è il profilo che si assegna a chi acquista in rete con disinvoltura e una certa frequenza. In effetti sono molto disinvolta, e anche il gestore della mia carta di credito direbbe che lo sono molto frequentemente.

Negli ultimi anni, in particolare, ho scoperto e nutrito la passione di acquistare abbigliamento usato (adesso si dice vintage) perché mi sembra di portare addosso anche le storie delle persone che li hanno indossati prima di me. E anche perché tutto questo fascino costa davvero pochissimo. In generale, dopo un tot un abito mi annoia e sto preparano il necessario per rimettere in circolo gli stessi abiti a prezzi simbolici.

In tutto questo comportamento digitalmente disinvolto, mi sono imbattuta in una venditrice gentilissima, in realtà in una serie di venditrici gentilissime, e non ho potuto fare a meno di notare che il posto che io frequento per questo tipo di acquisto (www.etsy.com btw) è sempre più frequentato da venditori del nuovo est europeo (Estonia, Lettonia e Lituania in particolare – che neanche sapevo bene dove fossero).
Mi sono incuriosita e ho chiesto alla venditrice di raccontarmi la sua storia: com’è il paese in cui vive, dove trova gli abiti che vende, com’è l’economia del posto e non ultimo come sono le infrastrutture tecnologiche del suo paese.

Con tutto l’affetto che riesco a metterci: limortaccisua!

Ho scoperto che la Lettonia è il paese dei balocchi.
E’ un posto bellissimo dal punto di vista naturalistico, è molto ben organizzato e hanno una comunicazione istituzionale pervasa da efficienza e ironia che evidentemente caratterizza la loro cultura.
Certo non hanno il nostro verybello, ma la pagina ufficiale per promuovere il territorio è invitante già nel titolo [If you like Latvia, Latvia likes you] e ci si trovano anche dei riferimenti a pubblicità commerciali divertentisisme.

Perciò gira gira clicca clicca alla fine sono incappata qua:

Dice:

 [ we have one of the fastest internet connection in the whole world ]

Andiamo a vivere in Latvia, NAU!
È un paese bello-pulito-ordinato-organizzato, con la connessione a bomba, dove tutti parlano almeno due lingue, si gira in bicicletta, si pagano poche tasse.
E tutte cose.

Festeggiano il solstizio d’estate con immutati riti pagani, per celebrare la luce, che di fatto in un posto così è merce rara.
Ah.

Le estati sono generalmente miti con temperature media luglio intorno ai 17°C
Ah.

Ci vivono poco più di 2 milioni di abitanti in un territorio pari al nostro nord italia e una densità abitativa circa 1/5 di quella italiana.
Ah.

Epilogo

Sotto il naso di qualsiasi giovane italiano, ad un certo punto della vita, prima o poi, e a buona ragione, spunta sempre il quadretto perfetto di una società altra dalla nostra. Di un posto dove vivere altro dal nostro. E puntualmente capita di pensare: allora prendo baracca e burattini vado a vivere là.

Io non sono immune a questo fascino.
Ma al tempo in cui aveva senso fare le valigie di cartone e andare,l (e la tempistica è un argomento a parte, poiché io penso che adesso non sia più il tempo di andare) i pesi delle cose che considerai, alla fine, fecero propendere la bilancia per il non-andare.
Bada bene: ammiro tutti quelli che lo hanno fatto, trovando altrove una felicità maggiore di quella che avevano prima (che alla fine nella somma delle righe, la valùta è la felicità)

M’è venuto in mente che in l’Italia c’è da sempre la coppa del mondo per la lista più lunga di cose che vanno male (a buona ragione) e comunque una densità abitativa rilevante rispetto ad altri paesi  molto-più-migliori.

Ora: considerato che dal punto di vista climatico è il paradiso per qualsiasi esigenza (oh, oh attenzione: peso sulla scala delle naonditudini da alto ad altissimo), che c’è l’appennino giusto in mezzo che aiuta a preservare bassa la densità abitativa almeno in alcune zone (fattore fatti-più-in-là basso tendente al bassissimo), se in Italia avessimo la connessione vavavùma come quella della Lettonia, se avessimo le facilitazioni burocratiche che stanno vivendo nel nuovo Est europeo, se avessimo una tassazione più equa, se insomma, l’Italia fosse paesaggisticamente (in senso lato) l’Italia e per tutto il resto la Lettonia, allora forse andrebbe a finire che saremmo in troppi a volerci stare. No?

Voglio dire: ho spessissimo esperienza delle difficoltà beote ed inutili con cui, da cittadina, mi trovo a fare i conti (/facepalm), ma va sempre a finire che sto miracolo lèttone (<– aggettivo geografico variabile di volta in volta) mi affascina per 35 minuti.
E poi smette.

E credo di aver capito perché.

Perché a me, un po’ almeno, mi piace la ricotta col vino.

PS. Aggiornamenti sulla storiografia familiare: è appena giunto alla mia attenzione che l’episodio, quello della ricotta, in realtà è da imputare alla mia bisnonna. Copia identica e ingrandita e più mitologica di mia nonna.
Più sbiadita nei miei ricordi, ma, evidentemente, non nei miei geni.

Il perverso fascino dell’antica fattoria e di come offuscò la brillantezza.

Ci sono delle tappe cronologiche della vita che si fanno spazio indipendentemente dalle devozioni e dalle volontà.
Prendiamo ad esempio i compleanni: quelli tondi tondi si fanno spazio nelle agende, tronfi come pavoni.
So che i 30, i 40 anni, quelli che sono una tappa nell’immaginario collettivo, portano con loro un qualcosa di importantissimo da sottolineare e da festeggiare con perepè fatti bene.
Io non so bene quale sia la proteina che faccia tutta ‘sta confusione nella mente degli umani. Ma è evidente che ne sono priva.

Io, infatti, mi sono accorta di avere la tendenza a fare perepè abbastanza più spesso: io faccio perepè sempre, anche per i numeri dispari.

Fatto salvo la questione in sé, che ragionevolmente potrebbe risultare interessante da indagare in termini clinici, il punto è che di perepè in perepè anche le Naonde diventano grandi.

Me ne sono resa conto, e vorrei che mi seguiste nella drammatica epifania che che mi si è parata davanti nell’accidente inevitabile che chiamano crescere.

 

Imputo queste considerazioni (quelle che esporrò) al fatto che ho sempre trovato particolarmente piacevole trovarmi nei posti sbagliati. Cronologicamente sbagliati.
Da piccola ho sempre voluto fare le cose dei grandi e con il prezzo che tocca pagare per fare le cose più difficili, mi sono spesso guadagnata grandi soddisfazioni: ad esempio, sono andata via di casa presto e mi sono procurata da vivere, nel mentre che i calendari ortodossi della mia propria socialità mi volevano figlia modello studentessa a carico.

Adesso che ho quasi 40 anni, mi sto regalando il privilegio di fare la studentessa universitaria per hobby (con il gusto adulto di assaporare le storie fantastiche nascoste dietro le formulazioni di teoremi e la spocchia di chi non ha alcuna necessità accademica impellente e pratica).

In ogni caso, il punto è che le tappe-della-vita mi sono sempre scivolate addosso. Naturalmente.
Quindi il risultato è che, in generale, ho una discreta (fantastica) confusione sui prima e i poi.

Ma il mio fisico no. Quello è il saggio di casa: era attento alla lezione sull’entropia e sa bene quale evento mettere prima e quale dopo sulla linea del tempo.
Per esempio: la vescica era elastica e impercettibile PRIMA di diventare meno elastica e fastidiosa.
Giammai il contrario. E cose così.
I ragionamenti si ripetono sistematicamente identici su tutti gli organi in ordine alfabetico fino ad arrivare alla Z di zucca: la capoccia invecchia.
E quindi, su quella famosa linea del tempo ci va che sei più rincoglionito DOPO che prima.

Avviso a tutti i detrattori dell’assioma appena enunciato: non siete meno rincoglioniti di ieri, fatevene una ragione. Può darsi che l’esperienza che avete maturato vi aiuti a tamponare le deficienze neurali, ma siete solo più esperti, non meno rimbambiti.

Ciò che accade alle persone più rincoglionite di prima è che, rispetto a prima, si spaventano di più dei cambiamenti.

Pensateci: da ragazzini un gioco nuovo ci faceva drizzare le vibrisse; un cambio di compagni di scuola era benvenuto come una bibita fresca in spiaggia.
Adesso l’aggiornamento della nostra app di posta preferita ci fa comatosamente girare i coglioni. E da quel coma, boriosi, esclamiamo: era meglio prima!

Ed eccoci al punto. Alla drammatica epifania: ERA MEGLIO PRIMA.

A partire da questa sommaria osservazione ho iniziato ad esplorare e ad annotare mentalmente gli erameglioprima che istintivamente ho esclamato o sentito esclamare.

Ora vi giro il fantastico dono che costantemente ricevo dal mio professore di complementi di algebra: vi preannuncio la tesi.

È buona norma diffidare di chi esclama erameglioprima.

Il corollario, evidentemente, è: è buona norma diffidare dei nostalgici.

Io provengo da una sana famiglia meridionale, che tra le varie doti me ne ha consegnato una fantastica: mia nonna (alla quale, tra le altre cose, si riferisce il tributo nel nome della mia più recente attività).
Tra i nipoti è, ancora oggi, oggetto di grande vanto il fatto di riuscire a riprodurre una ricetta di nonna:
“ho fatto gli strascinati uguali uguali a come gli faceva nonna!”
“m’è venuta una pizza coi cicoli proprio come quella di nonna!”
and so on and so forth.

Generalizzando questo orgoglio, va a finire che siamo tentati di gongolare nel riuscire a riprodurre pedissequamente cose del passato, con una certa dovizia di attenzioni alla tutela archeologica.
O peggio, che siamo tentati di ammirare e lodare chi ci propone restaurazioni imitative quali che siano.
Fatte bene. Fatte come si facevano un tempo!

Questa è pura follia. È una demenza pazzesca!

Riuscire a rifare adesso, con la nostra istruzione, con la nostra capacità di accesso all’informazione, al sapere, alla tecnica, all’universo mondo, una cosa che mia nonna faceva 40 anni fa (e sto prendendo l’esempio più recente) è uno spreco, nell’ordine, di:

  • energia
  • denaro
  • intelletto
  • detersivo.

Noi siamo in grado di camminare per boschi incontaminati, montagne disabitate, sentieri inviolati, avendo in tasca la conoscenza localizzata e contestuale di flora, fauna, esposizione, orogenesi. Ripercorrere i passi di un asceta di foss’anche 100 anni fa, con la stessa coscienza o meglio, col desiderio di avere la stessa esperienza di quando erameglioprima, è l’elogio dello spreco del tempo.
Abbiamo fatto trascorrere un mucchio di tempo, persone, impegni inutilmente.

Io questo sentimento lo covo da un po’. Me lo ha inculcato, a sua insaputa, un ragazzo che non c’è più.
Si chiamava Frank Rizzuti ed era uno chef.
Avrei millemila cose da raccontare di bellissime sulle esperienze che ho fatto al suo ristorante, ma in questo contesto vi racconterò, in particolare di come si fanno le cose antiche avendo la conoscenza, la coscienza e il rispetto del passare del tempo.

Frank cucinava strano.
Tu leggevi “rape” e ti veniva alla mente quella puzza di vegetale bollito che regnava a casa di tua nonna.
Poi arrivavano le rape di Frank.
Che le guardavi e pensavi tra te e te:

– mavaffanculova. M’ha portato delle spugnette verdi, m’ha.

E poi le mangiavi.
E che fossi prevenuto, meridionale, fico-so-tuttoio, masterchefdifamiglia, cresciuto a sasicchieffriarielli: tu, tacevi.

Poi leggevi “agnello” e ti veniva allamente quell’otre, francamente puzzolente, che bolliva per intere generazioni a casa di tua nonna.
Poi arrivava l’agnello di Frank, COL GELATO MAHUAAHUAAHAUA IL GELATO!

Che lo guardavi e pensavi tra te e te:

– mavaffanculova. M’ha portato il gelato. Haffatto-lo-chef-ha-fatto.

E poi lo mangiavi.
E che fossi prevenuto, meridionale, fico-so-tuttoio, masterchefdifamiglia, cresciuto a lavare gli intestini per avvolgere le interiora: ti commuovevi.

 

Perché quello che ciò dimostrava, tutto insieme, tutto in una volta, è che i sapori di un tempo sono un niente in confronto.
Perché uno chef, in questo caso, se ripercorre le strade della conoscenza e della tecnica di mia nonna, alla fine della fiera non ha fatto proprio niente di che.
Ha copiato.

Lo chef che usa nuova tecnica, strumenti, conoscenza, esperienza, in definitiva pensa il non pensato.
E questo è commovente, motivante e soprattutto, per davvero degno di massima ammirazione.

E se una cosa mi ha insegnato la matematica, quello è che una volta dominata la tecnica, per andare avanti nel mondo, nel pensiero, nella conoscenza, nella civilizzazione, bisogna pensare il non pensato.

Perciò ogni volta che mi si aggiorna il sistema operativo, un’app (o anche solo il vicino di casa) e ho quell’ansietta che l’ignoto mi inculca, io penso a Frank.
E al gelato di gnummariedd che per nulla al mondo avrei saputo immaginare.

O’ whatsappatore

Ho avuto una difficoltà nel ripristino della cronologia di WhatsApp nel passaggio ad uno smartufone nuovo.

Procedura ufficiale: http://www.whatsapp.com/faq/it/android/20902622

Sintomi: la procedura ha sortito come effetto quello di ripristinare soltanto i “gruppi di conversazioni” ma nessun contenuto. Alla fine della procedura di ripristino ricevevo soltanto il messaggio “sono state ripristinate *unumeroridicolo* di conversazioni” con l’effetto di mostrarmi solo i nomi dei miei gruppi -.-

Non ho idea di come funzionino App e dispositivi in questa storia, ma dalleddàl s’ shcass pur o’ metall.
Per la mia contadina caparbietà, mi riferirò alla seguente come alla tecnica dello zappatore (‘gnorante ma efficace).
Enjoy.
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Di aminoacidi fantastici

Oggi vi racconto ‘sta cosa.
Io il posto dove vivo ce l’avevo nella testa da millemila anni.
Ogni volta che si andava a giocare a pallone al piazzale di Arioso – diversi chilometri più a monte rispetto a qui (liceo classico vs liceo scientifico rigorosamente) si passava per questa strada comunale. Il posto era riconoscibile e particolare per via del megavillone a monte della nostra attuale casa. Si vedeva facilmente da valle per via del bellissimo portalone di accesso in pietra che, restaurato, c’è ancora oggi a pochi metri da qui.
Era un villone bello che decadente all’epoca eh, ma fascinosissimo.
Io nella testa mia ce l’ho sempre avuto residente in qualche aminoacido di memoria.
E per quindi, quando le cose si sono poi messe come sono adesso, cioè che alla fine ci sono venuta a vivere nella declinazione per poveri di quel villone bellissimo, sono stata felicissima e ho sempre pensato che in fondo l’aminoacido non stava proprio lì a fare niente.

Ieri ho visitato il sito del comune di Potenza e ci ho trovato questo fatto qua:
Piano delle dismissioni immobiliari – Lotto 12

Io non c’ho un aminoacido solo, si vede.
Perchè ‘sto posto ce l’ho in mente da un tot. Pure a lui.

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