So long, gattino, and thanks for all the fish

Di un gatto, una scatola e una situazione critica

Io vado in crisi. Puntualmente, ma con periodicità variabile.
Il fatto di saperlo è utile (poiché posso programmare l’antidoto) ed è inutile allo stesso tempo (poiché l’innesco della reazione è per lo più sconosciuto).

Non si tratta sempre di crisi distruttive. Anzi, spesso si tratta di crisi bellissime, interessanti, illuminanti che vien da dire:
– “E che crisi sono?”
– “Sono inquietudini.”

E le inquietudini sono terribili, stimolanti, nutrienti e spossanti.
Quindi, Erwin, tu e il tuo gatto non avete inventato niente: della coesistenza di due fatti incompatibili e contestuali, io e il MIO gatto ne sappiamo a iosa.

Qualche tempo fa sono andata in crisi in un modo singolare: ho tentato di seguire le faccende correlate con le elezioni amministrative del mio piccolo comune di residenza.
Il risultato è stato un grande senso di incredulità, di desolazione e di grande rammarico per l’aver tentato di andare contro la mia natura (che prevede di restare più possibile fuori dalla portata di altri esseri umani).
Perciò ho avuto forte il desiderio di rintanarmi di nuovo.
Questa volta, però, il chiudermi a tenuta stagna nella selezione tecno-bucolica della mia vita non è risultato sufficiente.
Ho avuto bisogno di cercare un posto dove poter ascoltare cose difficili raccontate da qualcuno che non fosse un qualsiasi.

Ecco il punto (uno dei punti): io provo sollievo nel grufolare in cose complesse. Mi stordiscono quel tanto da darmi piacere. E quelle sei volte nella vita che capita di capirci qualcosa, oh quello è balsamo.

E allora, quel dì, mi sono rintanata nel primo appuntamento capitato a tiro: una lezione presso UniBas circa l’importanza della chimica inorganica.
(Nota: io non amo l’UniBas. Ho sempre pensato e raccontato che si tratta di un’università di provincia come molte, nella quale il livello di istruzione è mediocre – come in molte – e che soffre della grande colpa di illudere gli avventori di ricevere una formazione superiore. È una faccenda che coinvolge tutti gli atenei secondari e su cui mi soffermerò solo fino al prossimo punto.)

Quel signore che ne parlava, ne sapeva, ne sapeva raccontare e coglieva il punto del mio malessere: ci sono cose difficili che, col tempo, si possono imparare e sono interessanti.
Allora ho ricordato la sensazione che a 20 anni mi aveva dato lo studio della matematica: angoscia gigantesca, avvolgente e totalizzante:

– “Come n dimensioni? quante?”
– “N maggiore o uguale a 1.”
– “Si vabbe’ 2, 3 , 10?”
-“Non è rilevante”
-“…”

Non era rilevante.
E da lì, a percorrere il precipizio dell’astrazione, della generalizzazione, della bellezza formale e della contemplazione dell’insieme continuo e perfetto è un attimo: lunghissimo, faticoso e sudatissimo.
Mi toccò di scoprire l’algebra anzi, l’Algebra, quella senza numeri (iuhù); quella dove gli insiemi contengono elementi e relazioni. E ci accadono dentro delle cose. In base alle cose che ci accadono, si strutturano dei fatti. 

– “E gli elementi cosa sono? Numeri? Forme?”
La risposta viene da sé: “Non è rilevante”.

Ed era vero (ovviamente): non era rilevante.
Tanto che molti anni dopo, ho ritrovato un raccordo molto singolare alla Teoria dei Gruppi in un testo di tutt’altro settore: Change di Paul Watzlawick, illuminante per un numero n motivi (con n molto grande).
(A margine: visto? Alcuni di quegli insiemi, ad esempio hanno un nome: si chiamano Gruppi e sulla storia di Evariste Galois – che ne strutturò la teoria – ci sarebbe ne ha da farne una serie per Netflix.)

E qui ci lasciammo io e l’UniBas: col rammarico di non essere abbastanza brava e col tarlo di volerne ancora sapere.
Ci lasciammo così: alla puntata in cui le cose erano infinite, continue, a n dimensioni e anche onnicomprensive, se solo si ha la tenacia e l’ardire di andare avanti a cercare.

E cosa aspettarsi, allora, se non una grande crisi quando, circa 20 anni dopo, decisi di aprire la scatola del tarlo e andare a rosicchiare (e ad ascoltare) un altro pezzo della storia alla stessa UniBas?
Perché? Perché andava in onda la puntata sull’aritmetica finita.

Oh.
Finita.
– “Cioè?”
– “Cioè quella coi buchi”
Cioè quella vera.

Capiamoci: siamo stati anni, decenni, secoli a dire che la retta è continua, che tra uno e due c’è un-mezzo e tra un-mezzo e uno c’è dell’altro e così via… e poi non è vero?
Sì, è vero.
Ma è vero fino a che siamo nella tua testa. Se lo metti da qualche parte (di utile, per esempio) non è vero più.
Perché gli esseri umani con carta e penna, oppure le calcolatrici, oppure i calcolatori, oppure il tuo smartphone non sono come la tua testa: non astraggono. Calcolano. Bene, velocemente ma fino a un tot.

– “Tot quanto?”
– “epsilon”
– “epsilon generico? Così per dire? Non sarà rilevante, vero?”
– “È rilevante. Molto rilevante. Dipende dalla base del sistema numerico e, in definitiva, dalla macchina. Ma è molto rilevante. Tra due numeri macchina distanti epsilon, non c’è un altro numero macchina.”

C’erano i buchi. I BUCHI!
Nella mia retta, nel mio sistema numerico, NEL MIO SMARTPHONE!
C’erano i buchi.
Ho guardato il mio dispositivo con orrore per un tempo che non so definire.
E poi con ammirazione grandissima: aveva i buchi e mi faceva vedere la ISS in diretta.

L’avevo detto che non tutte le crisi son brutte no? Infatti, per esempio, questa è stata bellissima.
Ci ho incontrato tre insegnanti, tre donne che non ho mai ringraziato e ciascuna delle quali mi ha nutrito per un fatto diverso.
La prof. Occorsio mi ha manifestato la presenza dei buchi e mi ha guidato per mano a non averne paura.
La prof. Laurita avrei potuto ascoltarla ad occhi chiusi: non ha mai sbagliato una consecutio, un pronome, un relativo: è stata una crema emolliente per le mie orecchie screpolate dall’approssimazione linguistica. Mi ha guidata senza scossoni attraverso percorsi burrascosi, approssimando fatti spigolosi con spline morbidissime (e scarpe fantastiche).
E poi c’è stata la  prof. De Bonis: quella che mi ha buttato a mare. Fortuna mia: mi ha fatto allenare resistenza, persistenza e ostinazione (rigorosamente a sua insaputa), senza sapere che questo mi avrebbe salvata da lì a breve.

E poi ci sono le crisi diverse. Quelle che ti corrodono, che ti asciugano e ti consumano.
Quelle che avvengono per sottrazione non voluta, non concordata, non prevista.

Quelle che capitano quando apri quella scatola e dei due stati se ne manifesta solo uno.

So long, gattino, and thanks for all the fish.